Domhnach na Fola

30 Gennaio 1972.

Derry, Irlanda del nord, L’esercito britannico apre il fuoco su una folla di manifestanti disarmati. Le vittime saranno quattordici, tra cui sei minorenni.

E in tutto questo, notizia nella notizia, gli U2 erano una gran bella band.

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Tom Waits – “Rain Dogs” (1985)

“La musica, cioè, la vera musica, non solo il rock ‘n roll, ti sceglie. E’ lì che vive nella tua macchina o quando sei solo con la tua cuffia; vedi ponti immensi e panoramici, hai in testa cori angelici.. E’ un luogo assolutamente diverso dall’immenso e benevolo grembo dell’America” (Almost Famous, di Cameron Crow, 2000)

rain dogs

Questa non è una recensione. E’ una preghiera, un invito all’ascolto. I capolavori esistono per riequilibrare il nostro traballante concetto di arte, sono un modo per resettare cuori, teste, orecchie e svuotare la ‘cache’ di mediocrità musicale alla quale inevitabilmente – e ciclicamente – ci si abbandona. A trent’anni dalla sua pubblicazione Rain Dogs è ancora uno di quei capolavori capaci di incantare senza cause apparenti, lungo quella “wrong side” testimone del fallimento del sogno americano e simbolo di un’America sguaiata e problematica, quella dell’eccesso e dell’emarginazione. I diciannove capolavori che compongono il disco sono un concentrato del mondo di Waits, l’anima e le storie proprio di quei rain dogs (così venivano chiamati i vagabondi di Los Angeles) di cui è costellata la sua esperienza musicale e umana. E da cui scaturisce la sua inimitabile poetica, autentica perché vissuta sulla propria pelle. La sua voce catramosa e gli arrangiamenti scarni sono il veicolo perfetto per la confluenza di blues e jazz, passando attraverso cupe ballate notturne, il tango e le amate marcette, che sembrano accompagnare il passo sgangherato e incerto dei protagonisti decisamente “full of bourbon” che abitano questo disco.

Tracklist:

Side one

  1.  Singapore
  2.  Clap Hands
  3. Cemetery Polka
  4. Jockey Full of Bourbon
  5. Tango Till They’re Sore
  6. Big Black Mariah
  7. Diamonds & Gold
  8. Hang Down Your Head
  9. Time

Side two

  1. Rain Dogs
  2. Midtown (instrumental)
  3. 9th & Hennepin
  4. Gun Street Girl
  5. Union Square
  6. Blind Love
  7. Walking Spanish
  8. Downtown Train
  9. Bride of Rain Dog
  10. Anywhere I Lay My Head
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Piccola recensione vintage (ovvero, lo ‘stazzonato’ dei fighetti).

di Alessio Dimartino

Ritrovare, dopo un pacco di anni, le canzoni di Parole d’amore scritte a macchina è qualcosa di più e qualcosa di meno di uno shock. E lo è perché non si tratta di una scarica elettrica nello stomaco della durata di pochi secondi, ma di un lungo, struggente, addio mai pronunciato. Ci si perde in furore, ci si guadagna in poesia. ‘Il Maestro’, ‘Lupi spelacchiati’, ‘Parole d’amore scritte a macchina’, ‘Eden’, ‘Un vecchio errore’, ‘Ho ballato di tutto’, vanno a comporre una languida collana catramosa di capolavori minimi. Dieci parole, tre note, la risata nera di chi ha passato la notte in verticale. Ecco tutto. E trattandosi non di Tony Malco, ma di Paolo Conte, hai detto niente. Promemoria fumoso e scorticato per chi scende di mattina presto da casa di lei a prendere un caffè, mentre al bancone si conta i lividi e non sa se poi tornare, visto che forse è già tornato lui. Una smania di ruvide carezze sulla guancia di un amore girato dall’altra parte. Insomma, una meraviglia assoluta in tono minore per cuori forti, impavidi, spavaldi, spruzzati di rum. E in frantumi.

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