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Tom Waits – “Rain Dogs” (1985)

“La musica, cioè, la vera musica, non solo il rock ‘n roll, ti sceglie. E’ lì che vive nella tua macchina o quando sei solo con la tua cuffia; vedi ponti immensi e panoramici, hai in testa cori angelici.. E’ un luogo assolutamente diverso dall’immenso e benevolo grembo dell’America” (Almost Famous, di Cameron Crow, 2000)

rain dogs

Questa non è una recensione. E’ una preghiera, un invito all’ascolto. I capolavori esistono per riequilibrare il nostro traballante concetto di arte, sono un modo per resettare cuori, teste, orecchie e svuotare la ‘cache’ di mediocrità musicale alla quale inevitabilmente – e ciclicamente – ci si abbandona. A trent’anni dalla sua pubblicazione Rain Dogs è ancora uno di quei capolavori capaci di incantare senza cause apparenti, lungo quella “wrong side” testimone del fallimento del sogno americano e simbolo di un’America sguaiata e problematica, quella dell’eccesso e dell’emarginazione. I diciannove capolavori che compongono il disco sono un concentrato del mondo di Waits, l’anima e le storie proprio di quei rain dogs (così venivano chiamati i vagabondi di Los Angeles) di cui è costellata la sua esperienza musicale e umana. E da cui scaturisce la sua inimitabile poetica, autentica perché vissuta sulla propria pelle. La sua voce catramosa e gli arrangiamenti scarni sono il veicolo perfetto per la confluenza di blues e jazz, passando attraverso cupe ballate notturne, il tango e le amate marcette, che sembrano accompagnare il passo sgangherato e incerto dei protagonisti decisamente “full of bourbon” che abitano questo disco.

Tracklist:

Side one

  1.  Singapore
  2.  Clap Hands
  3. Cemetery Polka
  4. Jockey Full of Bourbon
  5. Tango Till They’re Sore
  6. Big Black Mariah
  7. Diamonds & Gold
  8. Hang Down Your Head
  9. Time

Side two

  1. Rain Dogs
  2. Midtown (instrumental)
  3. 9th & Hennepin
  4. Gun Street Girl
  5. Union Square
  6. Blind Love
  7. Walking Spanish
  8. Downtown Train
  9. Bride of Rain Dog
  10. Anywhere I Lay My Head
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Malcom Holcombe live review

di Eugenio Barchiesi

Esiste e resiste, dalla notte dei tempi, il primo mezzo di comunicazione tra esseri umani: la tradizione orale. Deve essere proprio per questa sua evidente anzianità che è sempre stata considerata obsoleta. E’ probabile quindi che molti mi considereranno un originale, visto che cercherò di sostenere le grandi possibilità di rinascita che ha questo genere, che del resto fa da sottofondo a tutto il nostro percorso su questo pianeta, nell’epoca del wireless. Chiedo perciò perdono per questo mio deviare dal retto cammino del live review. Non parlerò infatti di funambolismi strumentali o delle qualità vocali di questo artista, limitandomi a confermare le impressioni riportate nella presentazione della serata. Mi dedicherò invece alle emozioni e alle riflessioni che le sue note hanno suscitato, visto che questo è l’obiettivo di una buona canzone. Cercherò di essere breve come un reverendo catanese alla funzione di Ferragosto – Ben lungi da me, dicevo, il fregiarmi di quest’ambita onorificenza, l’Originale, in una società dove tutti vogliono esserlo per assomigliare ai propri idoli. Chiedo per l’ultima volta venia, ma mi sembra doveroso chiarire l’assoluta assenza di ambizione in queste righe.

Senza indietreggiare troppo, si nota un certo interesse per la musica “tramandata” nel momento in cui la società di massa emetteva i propri trionfanti primi vagiti, e cioè nell’America degli anni ’40 e ’50. Esattamente un attimo prima che Elvis e i suoi trascinanti fratelli irrompessero sulla scena tagliando il cordone ombelicale allo star system, i signori Lomax, padre e figlio, pubblicavano una serie di registrazioni dedicate alla musica delle regioni rurali del Sud, con particolare attenzione ai richiami ancora forti delle origini africane. L’interesse suscitato da questo materiale coincide con la breve e intensa epoca d’oro del blues e del country. Permettetemi di sottolineare la vicinanza dei due termini. Si tende infatti ad associare il country ai cowboys e il blues ai negri (con la g), il che corrisponde al più grande torto che si possa fare a quel periodo fertilissimo e gravido di un sound che segna un punto di non ritorno. Questa colossale balla va attribuita al maccartismo, che ghettizzò i due generi per eliminare quella pericolosa sacca di idee sbilenche (quasi tutti gli artisti country-blues erano comunisti, per esempio Woody Guthrie e Pete Seeger, e il più famoso, Leadbelly, era inconfutabilmente negro).

Lascio con vostro sollievo ad altre e più capienti righe l’approfondimento di questa digressione, per tornare al nostro novello trovatore.

Partirei dalla similitudine nella nostra bella lingua tra il verbo “contare” (da cui deriva “raccontare”, di cui è un evidente composto) e “cantare”. La tradizione orale è sempre indissolubilmente legata al veicolo musicale, e dunque si parla di “cantastorie”. E quale interesse dovrebbe ancora suscitare un cantastorie maledetto, sporco, ubriaco, drogato, segnato dai suoi brevi e, ci dispiace per lui, sofferti anni, a noi maghi del web e della comunicazione? L’interesse sta nel desiderio di imparare che alberga da sempre in ogni essere umano. Nessuno, nel profondo dell’animo, è infatti disposto ad accettare consigli da un monitor, o un tubo catodico, un libro, uno stereo o da qualcuno che si trova su un palco a pochi metri da noi che diventano chilometri perché lui non guarda noi ma guarda il suo “pubblico”. Li amiamo, ne abbiamo bisogno, li rivediamo all’infinito, ma appartengono da sempre e per sempre al mondo della finzione. Ci sono finzioni scadenti e finzioni sublimi, ma tali rimangono. I cantastorie loro suonano seduti su una sedia e ci guardano negli occhi, chiedono scusa al fonico se staccano il cavo dall’amplificatore ancora acceso perché troppo sbronzi e alla fine di ogni pezzo chiedono ai presenti di ricordarsi delle “ragazze dietro al bancone”, ultimi cavalieri di ventura. Cerco di sintetizzarvi l’introduzione ad una delle canzoni interpretate ieri sera da Malcom Holcombe, Down in the woods:

“Signori, io ho un buon cane, sapete. E’ proprio un cane intelligente, risponde ai comandi, fa quello che deve. Capita spesso, su in Carolina, che passiamo insieme lui ed io intere giornate seduti sull’uscio, e credetemi quel cane mi sa leggere dentro il cuore. Questa dolce primavera italiana mi fa ricordare un giorno che andammo in gita nel bosco, io e il mio cane. Trovammo dopo un po’ un alveare, ed io cercai di rubare i favi col miele. Non ero molto esperto sapete, e insomma riuscii solo a far incazzare le api, che mi si avventarono contro. Iniziai a togliermi i vestiti, che errore ragazzi! Le api mi pungevano dappertutto, e allora il mio cane mi diede una spinta e mi fece rotolare lungo un pendio. E’ stato a quel punto, mentre rotolavo per i cespugli, che mi è venuta in mente questa allegra ballata, down in the woods”.

In questo momento da ogni parte ci obbligano a considerare finzione tutto ciò che ci circonda, la nostra vita, e addirittura il nostro modo di vederla. Il fantastico mondo rampante che ha inventato lo star system si rivela per quel che è, una montagna di merda che manda a morire un volontario senza che nessuno faccia nemmeno una dichiarazione di solidarietà alla notizia del suo rapimento. Cosa c’è di meglio che ribellarsi alle api operose e mediocri rotolando per un attimo lungo due minuti in un bosco primaverile insieme a un cane?

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