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Malcom Holcombe live review

di Eugenio Barchiesi

Esiste e resiste, dalla notte dei tempi, il primo mezzo di comunicazione tra esseri umani: la tradizione orale. Deve essere proprio per questa sua evidente anzianità che è sempre stata considerata obsoleta. E’ probabile quindi che molti mi considereranno un originale, visto che cercherò di sostenere le grandi possibilità di rinascita che ha questo genere, che del resto fa da sottofondo a tutto il nostro percorso su questo pianeta, nell’epoca del wireless. Chiedo perciò perdono per questo mio deviare dal retto cammino del live review. Non parlerò infatti di funambolismi strumentali o delle qualità vocali di questo artista, limitandomi a confermare le impressioni riportate nella presentazione della serata. Mi dedicherò invece alle emozioni e alle riflessioni che le sue note hanno suscitato, visto che questo è l’obiettivo di una buona canzone. Cercherò di essere breve come un reverendo catanese alla funzione di Ferragosto – Ben lungi da me, dicevo, il fregiarmi di quest’ambita onorificenza, l’Originale, in una società dove tutti vogliono esserlo per assomigliare ai propri idoli. Chiedo per l’ultima volta venia, ma mi sembra doveroso chiarire l’assoluta assenza di ambizione in queste righe.

Senza indietreggiare troppo, si nota un certo interesse per la musica “tramandata” nel momento in cui la società di massa emetteva i propri trionfanti primi vagiti, e cioè nell’America degli anni ’40 e ’50. Esattamente un attimo prima che Elvis e i suoi trascinanti fratelli irrompessero sulla scena tagliando il cordone ombelicale allo star system, i signori Lomax, padre e figlio, pubblicavano una serie di registrazioni dedicate alla musica delle regioni rurali del Sud, con particolare attenzione ai richiami ancora forti delle origini africane. L’interesse suscitato da questo materiale coincide con la breve e intensa epoca d’oro del blues e del country. Permettetemi di sottolineare la vicinanza dei due termini. Si tende infatti ad associare il country ai cowboys e il blues ai negri (con la g), il che corrisponde al più grande torto che si possa fare a quel periodo fertilissimo e gravido di un sound che segna un punto di non ritorno. Questa colossale balla va attribuita al maccartismo, che ghettizzò i due generi per eliminare quella pericolosa sacca di idee sbilenche (quasi tutti gli artisti country-blues erano comunisti, per esempio Woody Guthrie e Pete Seeger, e il più famoso, Leadbelly, era inconfutabilmente negro).

Lascio con vostro sollievo ad altre e più capienti righe l’approfondimento di questa digressione, per tornare al nostro novello trovatore.

Partirei dalla similitudine nella nostra bella lingua tra il verbo “contare” (da cui deriva “raccontare”, di cui è un evidente composto) e “cantare”. La tradizione orale è sempre indissolubilmente legata al veicolo musicale, e dunque si parla di “cantastorie”. E quale interesse dovrebbe ancora suscitare un cantastorie maledetto, sporco, ubriaco, drogato, segnato dai suoi brevi e, ci dispiace per lui, sofferti anni, a noi maghi del web e della comunicazione? L’interesse sta nel desiderio di imparare che alberga da sempre in ogni essere umano. Nessuno, nel profondo dell’animo, è infatti disposto ad accettare consigli da un monitor, o un tubo catodico, un libro, uno stereo o da qualcuno che si trova su un palco a pochi metri da noi che diventano chilometri perché lui non guarda noi ma guarda il suo “pubblico”. Li amiamo, ne abbiamo bisogno, li rivediamo all’infinito, ma appartengono da sempre e per sempre al mondo della finzione. Ci sono finzioni scadenti e finzioni sublimi, ma tali rimangono. I cantastorie loro suonano seduti su una sedia e ci guardano negli occhi, chiedono scusa al fonico se staccano il cavo dall’amplificatore ancora acceso perché troppo sbronzi e alla fine di ogni pezzo chiedono ai presenti di ricordarsi delle “ragazze dietro al bancone”, ultimi cavalieri di ventura. Cerco di sintetizzarvi l’introduzione ad una delle canzoni interpretate ieri sera da Malcom Holcombe, Down in the woods:

“Signori, io ho un buon cane, sapete. E’ proprio un cane intelligente, risponde ai comandi, fa quello che deve. Capita spesso, su in Carolina, che passiamo insieme lui ed io intere giornate seduti sull’uscio, e credetemi quel cane mi sa leggere dentro il cuore. Questa dolce primavera italiana mi fa ricordare un giorno che andammo in gita nel bosco, io e il mio cane. Trovammo dopo un po’ un alveare, ed io cercai di rubare i favi col miele. Non ero molto esperto sapete, e insomma riuscii solo a far incazzare le api, che mi si avventarono contro. Iniziai a togliermi i vestiti, che errore ragazzi! Le api mi pungevano dappertutto, e allora il mio cane mi diede una spinta e mi fece rotolare lungo un pendio. E’ stato a quel punto, mentre rotolavo per i cespugli, che mi è venuta in mente questa allegra ballata, down in the woods”.

In questo momento da ogni parte ci obbligano a considerare finzione tutto ciò che ci circonda, la nostra vita, e addirittura il nostro modo di vederla. Il fantastico mondo rampante che ha inventato lo star system si rivela per quel che è, una montagna di merda che manda a morire un volontario senza che nessuno faccia nemmeno una dichiarazione di solidarietà alla notizia del suo rapimento. Cosa c’è di meglio che ribellarsi alle api operose e mediocri rotolando per un attimo lungo due minuti in un bosco primaverile insieme a un cane?

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Malcom Holcombe live @ Big Mama – Roma, 14.04.2011

di Eugenio Barchiesi

Spulciando tra la cyberposta il programma recapitatomi con inappuntabile puntualità, ho trovato, tra rispettabili cover-band romane di ottuagenari hippie pronti ad una nuova estate dell’amore ed emuli nostrani del re Lucertola, un nome nuovo. Conoscendo ormai a memoria l’elenco delle “resident bands” del locale, sono stato inevitabilmente sorpreso da questo anglosassone fuori posto. Non perché non ve ne siano spesso, al Big Mama, di nomi anglosassoni, ma perché accanto al nome mi è balzato subito agli occhi “ingresso libero-tessera annuale 14 euro”. Dovete sapere che al Big Mama l’ingresso libero, in questi anni di crisi (back in ’29, come canta il nostro nome anglosassone in una delle sue canzoni), è riservato solamente alle serate in cui le suddette band di ottuagenari (tutti onestissimi musicisti, per carità) attirano i clienti minacciando riedizioni non aggiornate di Sgt Pepper’s. Potete quindi comprendere come la curiosità del qui presente, evidentemente sensibile anch’egli alle privazioni di questa Piccola Depressione (nel nostro paese è attualmente anacronistico pretendere che qualcosa sia “grande”, in qualsiasi campo), sia stata definitivamente solleticata. Presa la decisione di dedicare qualche centinaio di secondi del mio tempo al myspace dell’anglofono in questione, le orecchie mi si aprirono incredule ad una lontana voce d’altri tempi, che leniva il terribile fastidio proveniente dal telegiornale a tutto volume, inscritto negli obblighi della convivenza con una madre praticamente sorda.
Il timbro del buon Malcolm avvolge di oniricalirismo i pensieri, come deve fare un buon fottuto country blues man. Il suo modo di avvicinarsi al pezzo somiglia molto ad un altro, più giovane e ultimamente salito alle luci della ribalta anche tra gli indie incompetenti (non la volevo scrivere quella parola, giuro che non volevo), songwriter di razza, ovvero Micah P. Hinson.
Dotato anche di una tecnica chitarristica notevole (decisamente meglio di Hinson, che infatti ha difficoltà a reggere uno spettacolo da solo), mal mascherata dietro un autodidattismo di facciata, Malcolm Holcombe è un degno erede dei sempiterni eroi del country e del blues. Come si può leggere sul suo sito ufficiale (del quale, è bene sapere, non si occupa, essendo biograficamente inadatto, com’è espressamente specificato), la sua storia travagliata di alcolismo e autodistruzione ripercorre i binari di Hank Williams e Son House, con riferimento implicito al suo modello, Johnny Cash.
E’ rimarchevole, e qui finisco di tediarvi, il fatto che il sig. Holcombe, arrivato giovanissimo alle soglie del grande pubblico e poi rifiutato dallo star system (e ritornano i riferimenti ai country heroes), continui a registrare in una “shed” (ripostiglio) di Nashville, mantenendo un’esistenza magra e infame da duro e puro cantautore di prateria. Il suo ultimo lavoro, “To Drink The Rain”, è stato prodotto (con insistenza, aggiungerei, nella biografia il giornalista sostiene che sia andato da Malcolm e l’abbia preso di peso ) da Dave Roe, mitico bassista dei tour di Johnny Cash. Consiglio quindi caldamente, per chi ne avesse la possibilità, di capitare al Big Mama questo giovedì 14 aprile, per nuotare liberamente nelle note sognanti di Malcolm Holcombe, songwriter con copyright e vera “subterranean homesick voice”. Del tizio con la chitarra c’è sempre più bisogno, e Holcombe e quelli come lui sono tra le (poche) testimonianze che gli dei non ci hanno del tutto dimenticati.

Il vostro crudelmente fissato

E. B.

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